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Tancredi Turco

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II COMMISSIONE GIUSTIZIA COMITATO PER LA LEGISLAZIONE CONSIGLIO DI GIURISDIZIONE COMITATO PARLAMENTARE PER I PROCEDIMENTI DI ACCUSA
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  • CON LA REGOLAMENTAZIONE DELLA PROSTITUZIONE 2 MILIARDI DI INTROITI: LA PROPOSTA DI ALTERNATIVA LIBERA
  • CON LA REGOLAMENTAZIONE DELLA PROSTITUZIONE 2 MILIARDI DI INTROITI: LA PROPOSTA DI ALTERNATIVA LIBERA

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    Nel corso degli ultimi anni si è considerata la prostituzione un fenomeno sociale largamente diffuso e tendenzialmente accettato e si è riconosciuto, altresì, che essa possa essere regolarizzata in un quadro normativo che la renda soggetta a regole, tributi e divieti.
    La legge Merlin, legge 20 febbraio 1958, n. 75, che ha segnato la fine della prostituzione regolamentata e la chiusura delle case di tolleranza, ha costituito, di certo, una legislazione coraggiosa per quei tempi ed anche una prima apertura verso la tutela dei diritti delle donne, ha concepito la prostituzione come un'attività inerente la vita privata delle persone, lecita e non perseguibile né per chi la esercita, né per chi la utilizza.
    La legislazione vigente crea meccanismi di scarsa protezione per le persone che autonomamente e in piena e consapevole libertà decidono di dedicarsi all'esercizio della prostituzione.
    Di fatto lo scenario odierno vede la prostituzione in gran parte organizzata e sfruttata da organizzazioni criminali internazionali che espandono le loro propaggini anche nel territorio italiano.
    Le persone che vogliono autonomamente dedicarsi alla prostituzione restano confinate in luoghi pubblici più o meno visibili, esercitando l'attività in situazioni anche precarie se considerate dal punto di vista della sicurezza personale, della salute, sia degli operatori sia dei clienti, nonché, in generale, della tutela del decoro.
    Parallelamente, come accennato, si riscontra una diffusa pratica di prostituzione coattiva perpetrata da organizzazioni criminali ricche e radicate nel territorio italiano che reclutano le loro vittime in Paesi esteri, principalmente ragazze, anche minori di età, che vengono illuse di essere avviate a un lavoro in Italia e che invece, una volta arrivate, vengono letteralmente vendute come schiave ad altre organizzazioni e in seguito obbligate con la violenza a prostituirsi per questi «protettori» che percepiscono la quasi totalità dei loro proventi economici.
    Le pratiche attuate da tali organizzazioni sono assolutamente intollerabili poiché soggiogano le persone a vere e proprie nuove forme di schiavitù al fine dello sfruttamento sessuale, sequestrando passaporti, minacciando ripercussioni sulle famiglie nei Paesi d'origine e obbligando con continue gravi violenze queste persone a prostituirsi per le stesse organizzazioni.
    Oggi, perciò, la prostituzione viene vissuta in una situazione di semi–illegalità nella quale generalmente sono fuori controllo i più vari abusi: la prostituzione per costrizione attuata in condizioni di lavoro degradanti, i maltrattamenti e altri delitti che gravitano intorno allo sfruttamento delle persone.
    E' arrivato il momento per ripensare gli strumenti che hanno retto le leggi di regolamentazione della prostituzione fino ad oggi, attraverso un approccio che prenda in considerazione le gravi problematiche che caratterizzano il tema, per porre un freno alla tratta degli esseri umani, alla violenza diffusa e allo sfruttamento della prostituzione in spregio ai più basilari diritti delle persone.
    Chiaramente il percorso ragionato in questa direzione, calato nel contesto politico attuale, deve prendere le mosse dall'idea che mira a garantire il pieno diritto di libertà di autodeterminazione della persona che desidera o no esercitare l'attività di prostituzione, consentendo che la prostituzione stessa sia considerata come un vero e proprio lavoro: quindi, proteggendo sia la persona dedita all'attività di prostituzione sia il cliente e rispettando il complesso dei diritti della persona, della salute pubblica e dei cittadini portatori di interessi contrari alla stessa prostituzione.
    La prostituzione sarebbe perciò considerata come un lavoro, cioè un fatto sociale pienamente accettato, ma necessariamente soggetto a regole, divieti, facoltà, poteri, obblighi e diritti per consentire che la prostituzione possa essere esercitata nel rispetto dei sentimenti di decoro e dell'emotività dei soggetti anche contrari nonché dei minori.
    In un contesto siffatto si riuscirebbe a ridare il dovuto rispetto alla dignità e alla libertà di tutti i soggetti coinvolti, sia gli operatori della prostituzione, sia i cittadini che male sopportano che la prostituzione sia esercitata nei luoghi più diversi.
    La prostituzione dovrebbe poter essere esercitata da soggetti maggiorenni che ne facciano richiesta registrandosi in un apposito elenco, iscrivendosi presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura ovvero lasciando che esercitino come dipendenti o come lavoratori autonomi presso luoghi dedicati all'attività nei quali non possono entrare, a nessun titolo, persone minori di età.
    Tali luoghi dedicati, gestiti anche da associazioni auto-organizzate ovvero imprese registrate, in ogni caso composte necessariamente da operatori, dovranno ottenere le normali autorizzazioni e dovranno essere soggetti a periodici controlli per garantire il diritto alla salute degli operatori e dei clienti.
    Così facendo i soggetti dediti all'esercizio della prostituzione sarebbero anche tenuti al pagamento delle imposte sul reddito e all'applicazione dell'imposta sul valore aggiunto per i loro servizi, oltre alla contribuzione assistenziale e previdenziale.
    Se si considera che, dai dati più recenti, il giro di affari stimato della prostituzione in Italia si attesterebbe sui 5 miliardi di euro, in caso di regolamentazione della prostituzione, considerando il recupero di base imponibile (IRPEF) unito alla nuova contribuzione assistenziale e previdenziale (INPS-INAIL), si potrebbe trasformare in introiti per lo Stato una percentuale vicina al 40 per cento del complessivo giro di affari che muove la prostituzione.
    Un contributo vicino quindi ai 2 miliardi di euro annui, irrimediabilmente sottratti alle organizzazioni criminali.
    In un sistema siffatto si riuscirebbero sicuramente ad indebolire le organizzazioni illegali che controllano il racket della prostituzione.
    Lo Stato, invece, a fronte degli introiti derivanti dalla tassazione di una prostituzione libera e regolamentata, avrebbe più risorse per contrastare adeguatamente queste stesse organizzazioni criminali, nonché per contrastare ed eliminare le reti e le situazioni di sfruttamento.
    Nuove e consistenti risorse economiche offrirebbero anche maggiori possibilità per supportare e promuovere iniziative concrete di prevenzione e di assistenza a tutte le vittime della tratta di esseri umani, con percorsi di sostegno e di protezione dei soggetti che intendano denunciare questi sfruttatori senza scrupoli, anche con l'intervento di operatori sociali e mediatori culturali nonché dei comuni, dei servizi di igiene e dei distretti socio-sanitari.

    Per un altro verso la riforma dell'attività di prostituzione in Italia deve considerare gli aspetti volti alla riduzione del conflitto sociale tra popolazione residente e operatori della prostituzione, mediante l'individuazione di aree dedicate ove tale attività possa venire esercitata: aree private, pubbliche o aperte al pubblico.
    Si deve lasciare la possibilità alle persone che si vogliano dedicare all'attività di prostituzione di esercitare in luoghi privati, anche in forma associata, eliminando i divieti della legge Merlin, ovvero di offrire i propri servizi in aree pubbliche ben definite, controllate e sufficientemente distanti da scuole, luoghi di culto e, in generale, da quella parte della popolazione che vive con intolleranza la presenza dell'attività di prostituzione in luoghi spesso troppo affollati o frequentati da minori.

    Qui il link alla mia proposta di leg

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